Tratto dal pamphlet “Il Voto del Giorno Dopo”
di Stefano Stenghel — Giugno 2026
[ Due persone. Una proposta. Nessuna risposta scontata. ]
I — Il problema: la delega in bianco
Tesi: ogni cinque anni i cittadini firmano una delega in bianco. Poi per cinque anni nessuno risponde di niente.
PROPOSITORE — Nel 1946 votò l’89% degli italiani. Nel 2022 il 63,9% — il dato più basso della storia repubblicana. Un italiano su due ha smesso di votare. Non per pigrizia. Per delusione.
ELETTORE — Anch’io mi sento così. Ho votato per vent’anni e le cose sono sempre uguali.
PROPOSITORE — Esatto. E sa perché? Perché il voto oggi è una delega in bianco — come firmare un assegno senza scrivere la cifra. Chi vince governa per cinque anni senza rispondere di niente. Poi si ripresenta, magari con un nome diverso, e si ricomincia da zero. Sempre dal primo gradino.
ELETTORE — È vero. Cambiano i nomi, cambiano i partiti, ma alla fine è sempre la stessa storia.
PROPOSITORE — La democrazia italiana non ha un loop di sicurezza. Un impianto senza controllo sul risultato prima o poi va in avaria. Questa proposta vuole installare quel controllo.
II — La soluzione: la Scheda di Rendiconto
Tesi: una scheda elettorale con due parti. La parte alta: un sì o un no sull’operato del governo uscente. La parte bassa: il voto normale.
PROPOSITORE — La proposta si chiama Scheda di Rendiconto. La scheda elettorale ha due parti. In alto: una domanda semplice — “Ritieni che le condizioni di vita degli italiani siano complessivamente migliorate durante questa legislatura?” Sì o No. In basso: la normale scheda con i partiti.
ELETTORE — Interessante. Ma se voto No cosa succede esattamente?
PROPOSITORE — Se i No superano il 50% dei voti validi sulla parte alta, scatta una sanzione calcolata con una formula semplice: 20% moltiplicato per i mesi di appoggio al governo, diviso 60. Facciamo un esempio concreto. Un partito che ha sostenuto il governo per tutti e cinque gli anni — 60 mesi — paga la sanzione piena del 20%. Un partito che ha appoggiato il governo solo per due anni — 24 mesi su 60 — paga 20% × 24/60, cioè l’8%. Un partito entrato nella maggioranza solo nell’ultimo anno — 12 mesi su 60 — paga solo il 4%. La responsabilità è
esattamente proporzionale al tempo in cui si è sostenuto un governo che poi ha fallito. Né più, né meno.
ELETTORE — Quindi più hai governato, più paghi. Giusto.
PROPOSITORE — Esatto. E la sanzione colpisce i listini bloccati — i nomi scelti dai partiti, i fedelissimi protetti. Non tocca chi si è presentato con il proprio nome nel maggioritario, chi ha messo la faccia sul territorio e preso i voti direttamente dai cittadini.
ELETTORE — E se non voglio votare nessun partito ma voglio solo dire la mia sul governo?
PROPOSITORE — Può compilare solo la parte alta — il sì o il no — e tornare a casa. Non è costretto a scegliere nessun partito. Il suo giudizio vale lo stesso. Per la prima volta ha una ragione concreta per uscire di casa senza dover scegliere il meno peggio.
III — I seggi tolti: a chi vanno?
Tesi: i seggi sottratti vengono redistribuiti in parti uguali tra tutte le forze non sanzionate sopra il 3%.
ELETTORE — Ok, togliete i seggi a chi ha governato male. Ma a chi vanno? Al partito di opposizione più grande? Perché magari non mi piace neanche quello.
PROPOSITORE — Esatto — e questa era la mia preoccupazione principale. Se i seggi andassero in proporzione ai voti, il suo No avvantaggerebbe automaticamente chi ha più voti tra le opposizioni. E lei resterebbe a casa.
ELETTORE — Giusto. Allora come avete risolto?
PROPOSITORE — I seggi vengono redistribuiti in parti uguali tra tutte le forze non sanzionate sopra il 3% — grandi e piccole, partiti storici e liste civiche. Le faccio un esempio concreto. Supponiamo che la sanzione produca 60 seggi da redistribuire e che ci siano 10 forze politiche non sanzionate sopra il 3% di sbarramento. Ciascuna riceve esattamente 6 seggi — indipendentemente da quanti voti ha preso. Il partito grande di opposizione cresce, ma crescono anche i partiti minori e le liste civiche. La gerarchia politica non viene stravolta — ma lo spazio per le voci nuove si allarga.
ELETTORE — Quindi il mio No vale uguale per tutti. Non aiuta nessuno in particolare.
PROPOSITORE — Esattamente. Il suo voto è suo. Sanziona chi ha fallito — senza regalare niente a nessuno.
III-bis — Ma questo non avvantaggia l’opposizione?
Tesi: nessuna regola di redistribuzione è perfetta. Ma la quota equa tra tutte le forze sopra soglia è la meno sbilanciata — e non è affatto uno strumento anti-governo.
ELETTORE — Ho sentito dire che questa proposta è, in fondo, più favorevole a chi sta all’opposizione che a chi governa. Una proposta che si dichiara apartitica ma che in pratica colpisce sempre chi sta al potere.
PROPOSITORE — È un’obiezione seria, e voglio risponderle con onestà, partendo da un principio: nessuna legge è perfetta. I seggi sanzionati vanno comunque dati a qualcuno — non si possono lasciare vuoti, sarebbe un vuoto di rappresentanza peggiore del problema che vogliamo risolvere. Tra le soluzioni imperfette possibili, ridistribuirli in modo equo tra tutte le forze sopra la soglia del 3% è quella che mi sembra meno sbilanciata, perché non scegliamo un vincitore tra i superstiti.
ELETTORE — Ma resta il fatto che chi non ha governato ci guadagna, e chi ha governato ci perde.
PROPOSITORE — Qui arriva il secondo punto, che è quello che a mio avviso smonta davvero l’obiezione. Tra le forze che superano lo sbarramento e che ricevono la loro quota, ci possono benissimo essere partiti piccoli che sostengono lo stesso governo uscente — alleati minori della maggioranza sanzionata. Una parte dei seggi ridistribuiti torna quindi nella stessa area di governo, non necessariamente all’opposizione. La redistribuzione equa annacqua la sanzione, non la trasforma in un regalo agli avversari.
ELETTORE — Quindi non è garantito che l’opposizione ne tragga vantaggio.
PROPOSITORE — Esatto. E c’è un terzo punto, più di prospettiva: il rischio di una proliferazione di partitini che si spartiscono i seggi sanzionati è in realtà limitato. Gli elettori, alla fine, si misurano sempre sugli stessi grandi temi — sanità, scuola, economia, immigrazione. Possono esserci molte ricette diverse, ma queste non giustificano uno spezzettamento eccessivo, perché i cittadini si aspettano un partito capace di affrontarli tutti insieme, non uno o due soltanto. Lo sbarramento del 3% fa il resto.
ELETTORE — Quindi il sistema si autolimita.
PROPOSITORE — Esattamente. E c’è un dettaglio che rafforza ancora di più questo punto. Il partitino che assorbe il seggio e che magari è vicino al governo uscente non ha alcuna convenienza a riciclare i parlamentari che si portano dietro lo zainetto — cioè la quota di responsabilità del governo fallito. Per superare lo sbarramento del 3% e crescere, ha bisogno di facce nuove e credibili, non di nomi compromessi dal fallimento che ha appena sanzionato l’elettore. Imbarcare un portatore di zainetto sarebbe un costo elettorale, non un vantaggio.
ELETTORE — Quindi lo zainetto scoraggia anche chi potrebbe accoglierlo, non solo chi lo porta.
PROPOSITORE — Esatto. Si propaga nel sistema, non resta confinato al partito sanzionato. E questo vale anche per la mia stessa proposta, apartitica nell’architettura: non basta dichiararla neutra, bisogna verificarla. È lo stesso motivo per cui guardo con attenzione a chi la firma — non per calcolo politico, ma perché una proposta che si rivolge a tutti deve davvero parlare a tutti, non solo a chi ha più motivi per essere scontento di chi governa oggi.
IV — Chi decide se il governo ha lavorato bene?
Tesi: non decide la politica, non decidono i giornali. Decidono i numeri certificati da ISTAT e Corte dei Conti.
ELETTORE — Ma chi stabilisce se il governo ha fatto bene o male? Ogni partito dirà la sua versione. Sui giornali sento sempre cose diverse.
PROPOSITORE — È la domanda più importante. La risposta è: i dati. Prima di ogni elezione, ISTAT e Corte dei Conti producono un resoconto certificato — PIL, potere d’acquisto, liste
d’attesa sanitarie, occupazione, confronto con la media europea. E il registro di tutto ciò che il Parlamento ha votato: quali promesse sono diventate legge e quali sono rimaste sulla carta.
ELETTORE — Ma anche questi enti possono essere condizionati dalla politica, no?
PROPOSITORE — È un rischio reale, e lo ammetto. Ma questo problema esiste già oggi — solo che adesso i cittadini votano sulla base di talk show e dati citati a caso. Almeno con questa riforma il riferimento è ufficiale, pubblico, confrontabile.
ELETTORE — E se i numeri non bastano a convincere qualcuno?
PROPOSITORE — C’è qualcosa che vale più di qualsiasi statistica: la vita quotidiana. Sa se ha aspettato otto mesi per una visita specialistica. Sa se arriva a fine mese. Sa se i trasporti funzionano. Quella conoscenza non ha bisogno di certificazioni. Ha vissuto questi cinque anni — sa com’è andata.
ELETTORE — Questo è vero. Certe cose le vivo sulla pelle ogni giorno.
V — Perché dovrei tornare a votare?
Tesi: chi non vota regala potere a chi lo ha deluso. La Scheda di Rendiconto dà una ragione concreta per uscire di casa.
ELETTORE — Ho smesso di votare anni fa. Tanto non cambia niente. Perché dovrei tornare?
PROPOSITORE — Capisco. Ma sa cosa succede quando non vota? Aiuta esattamente chi la ha delusa. Con il 50% di astensionismo, i governi vengono eletti da coalizioni che rappresentano meno del 25% degli italiani. I Tifosi votano sempre — e quando gli altri stanno a casa, il loro voto pesa il doppio.
ELETTORE — Non ci avevo pensato così.
PROPOSITORE — Con questa riforma, lei può uscire di casa, compilare solo la parte alta della scheda — il sì o il no sul governo — e tornare a casa. Non deve scegliere nessun partito. Non deve votare il meno peggio. Il suo giudizio lascia un’impronta concreta e misurabile.
ELETTORE — E se anche i tifosi del governo votano Sì per difenderlo?
PROPOSITORE — Benissimo — vuol dire che tutti vanno a votare. I tifosi contrari voteranno No sperando di superare il 50%. I tifosi favorevoli voteranno Sì per elidere i No. Il risultato è che tutti hanno un motivo per andare alle urne. Il meccanismo genera partecipazione da solo — senza appelli retorici al dovere civico.
VI — E se la politica la smonta?
Tesi: quattro tutele concrete impediscono che la politica svuoti la riforma dall’interno.
ELETTORE — Sì, ma la politica troverà il modo per bloccarla. O per cambiarla a proprio vantaggio. Lo fanno sempre.
PROPOSITORE — È l’obiezione più frequente — e storicamente fondata. Per questo ho costruito quattro tutele.
ELETTORE — Quali?
PROPOSITORE — Prima: la riforma viene inserita nella Costituzione tramite Referendum Propositivo — bypassando il Parlamento che avrebbe interesse a bloccarla. Per modificarla servono maggioranze dei due terzi. Seconda: se qualcuno vuole abrogarla, deve chiederlo direttamente agli italiani con un Referendum Confermativo. Deve avere il coraggio di dire “voglio togliervi il potere di giudicarmi.”
ELETTORE — E le altre due?
PROPOSITORE — Terza: nessuna modifica entra in vigore prima della seconda legislatura successiva — chi cambia le regole oggi non ne vedrà i benefici. Elimina l’incentivo a manipolare il sistema a proprio vantaggio. Quarta — questa la chiamo lo zainetto.
ELETTORE — Lo zainetto?
PROPOSITORE — Se un parlamentare cambia partito per sfuggire alla sanzione, si porta dietro la sua quota di responsabilità. Non può lasciare la responsabilità appesa all’attaccapanni quando esce dalla porta. Te la porti dietro — e più hai governato, più pesa.
ELETTORE — Finalmente qualcosa che chiude quel buco. Cambiano partito e ricomincia tutto da capo.
PROPOSITORE — Esatto. Con lo zainetto, cambiare casacca non basta più.
VI-bis — Ma le coalizioni non diventeranno impossibili?
Tesi: il rischio di sanzione non scoraggia le coalizioni — le rende più serie. E questo è già meglio di oggi.
ELETTORE — Aspetti. Se le cose vanno male a metà legislatura, chi vorrà mai entrare in una coalizione in difficoltà sapendo di rischiare la sanzione? Non rischiamo di avere più elezioni anticipate?
PROPOSITORE — È un’obiezione intelligente. Ma noti una cosa: questo è già il sistema attuale — solo peggio. Oggi i partiti escono dalle coalizioni quando le cose vanno male proprio per non essere associati al fallimento. Il risultato sono crisi di governo continue, governi tecnici, ribaltoni. Già adesso nessuno vuole restare su una nave che affonda.
ELETTORE — È vero. I governi cadono continuamente anche oggi.
PROPOSITORE — Con questa riforma invece chi entra a metà legislatura paga solo la sua quota proporzionale. Se entra negli ultimi due anni e mezzo — 30 mesi su 60 — la sanzione massima che rischia è il 10%, non il 20%. Il rischio è calcolabile in anticipo. E soprattutto — chi entra sa già le regole del gioco. Sa che deve raddrizzare la situazione, non limitarsi a sopravvivere.
ELETTORE — Quindi conviene più restare e cercare di migliorare le cose che scappare.
PROPOSITORE — Esattamente. E le coalizioni si formeranno su convergenze reali — non solo per fare i numeri in Parlamento. Una legislatura efficace sulla sanità pubblica, sulla scuola, sull’economia — dove il miglioramento è tangibile e misurabile. L’elettore potrà dire “i trasporti
non ci siamo, ma la sanità e la scuola finalmente funzionano” — e quella distinzione diventa il punto di partenza per il governo successivo. Il gradino sale.
ELETTORE — Quindi non si riparte mai più da zero.
PROPOSITORE — Mai più. Ogni legislatura lascia una traccia — positiva o negativa. La democrazia comincia ad avere memoria.
VI-ter — Come potrebbero sabotare questo progetto?
ELETTORE — È una domanda che non mi aspettavo. Me lo dica lei — come potrebbero sabotare questo progetto?
PROPOSITORE — Sì. E lo dico senza falsa modestia. Vedo cinque modi per sabotare questa proposta. Primo: insabbiare il Referendum Propositivo — rallentare la raccolta firme con ostacoli burocratici, non raggiungere mai il quorum. Secondo: svuotarla in sede di attuazione — anche se approvata, la legge operativa può essere scritta in modo da rendere il meccanismo inapplicabile nella pratica. Terzo: delegittimarla mediaticamente — dipingerla come strumento populista e pericoloso per la stabilità, spaventare l’opinione pubblica prima che capisca il meccanismo. Quarto — il più subdolo: cooptarla. Un partito la fa propria, la modifica, la presenta come “sua” — e nel processo svuota i meccanismi più efficaci. Non la bloccano, la trasformano. Quinto: ignorarla. Senza una massa critica di firme e visibilità mediatica, la proposta muore per inerzia. Nessuno la attacca — nessuno la nota.
VII — Le obiezioni più comuni
Tesi: ogni obiezione ha una risposta concreta. La più importante è quella che non arriva mai.
ELETTORE — Ho sentito dire che questa proposta renderebbe impossibile governare.
PROPOSITORE — Al contrario — rende le alleanze più serie. Oggi si creano coalizioni solo per vincere, che poi si paralizzano. Con la Scheda di Rendiconto i partiti scelgono alleati affidabili, perché sanno che se il governo fallisce la sanzione colpisce tutti. È un incentivo alla stabilità basata sui fatti.
ELETTORE — E i giovani candidati? Un ragazzo che si candida per la prima volta perché deve pagare per gli errori di chi lo ha preceduto?
PROPOSITORE — È l’obiezione che mi ha fatto riflettere di più. La risposta è: chi entra in un partito ne condivide la responsabilità. Ma ha una via d’uscita dignitosa: presentarsi nell’uninominale con il proprio nome. Se prende i voti sul territorio, è eletto e la sanzione non lo tocca. Se sceglie il listino bloccato, sceglie la protezione del partito e ne accetta il rischio.
ELETTORE — Qualcuno dice anche che è incostituzionale.
PROPOSITORE — La sanzione agisce sulla ripartizione dei seggi proporzionali — tecnicamente identica alle soglie di sbarramento già validate dalla Corte Costituzionale. La sentenza n. 1/2014 ha già chiesto più rispetto per la volontà dell’elettore. Questa proposta va esattamente in quella direzione.
ELETTORE — E chi dice che favorisce il populismo?
PROPOSITORE — Il populismo si nutre dell’impotenza. La gente urla o non vota perché sente di non contare nulla. Uno strumento tecnico di sanzione canalizza la rabbia in un processo democratico ordinato. La sanzione non è un forcone — è una matita che assegna una responsabilità precisa.
ELETTORE — E un governo tecnico come quello di Draghi? Non era stato eletto da nessuno. Come funziona in quel caso?
PROPOSITORE — Caso interessante. I partiti che hanno appoggiato il governo Draghi con il voto di fiducia sono soggetti alla sanzione proporzionale ai mesi di sostegno — esattamente come per qualsiasi altro governo. Quanto ai tecnici stessi — Draghi in questo caso non si è candidato — ma se un ministro tecnico decidesse di candidarsi alle elezioni successive, porterebbe con sé lo zainetto proporzionale al suo periodo di governo. Nessuno sfugge alla responsabilità cambiando ruolo. E per i periodi di crisi eccezionale — come una pandemia o una guerra — la Corte Costituzionale, su richiesta motivata, può certificare quei mesi come eccezionali ed escluderli dal calcolo. Distingue le scelte di governo dalle emergenze oggettive.
ELETTORE — Ma la Corte Costituzionale non è completamente indipendente — i giudici vengono nominati in parte dal Parlamento. Non potrebbe esserci una discrezionalità politica nel decidere cosa certificare come crisi eccezionale e cosa no?
PROPOSITORE — Obiezione legittima — e la affronto con onestà. Tre considerazioni. Prima: la Corte non decide sul merito politico ma su fatti oggettivi e verificabili. Una pandemia, una guerra, una crisi finanziaria globale sono eventi documentati, riconosciuti dalla comunità internazionale, misurabili con dati certi. Non c’è molto spazio per dire “quella non era una crisi” quando tutto il mondo la stava vivendo. Seconda: la Corte Costituzionale è l’organo più indipendente che abbiamo. L’alternativa — lasciare la decisione al governo stesso o al Parlamento — sarebbe enormemente peggio. È il meno peggio disponibile, come lei diceva degli elettori che scelgono il meno peggio. Terza — e questa è la più importante: la decisione della Corte è pubblica, motivata per iscritto, soggetta al giudizio dell’opinione pubblica e della stampa. Se la Corte certifica come “eccezionale” un periodo che i cittadini percepiscono come normale gestione ordinaria, quella decisione diventa essa stessa oggetto di dibattito. La trasparenza è il vero contrappeso alla discrezionalità.
VIII — Perché è importante davvero?
Tesi: questa non è una modifica tecnica. È il quarto potere che mancava.
ELETTORE — In fondo sembra una cosa semplice. Perché nessuno l’ha mai proposta prima?
PROPOSITORE — Le grandi idee sono sempre semplici, a posteriori. Montesquieu ha teorizzato la separazione dei tre poteri — legislativo, esecutivo, giudiziario. Sembrava ovvio, dopo. Ma prima non lo era.
ELETTORE — E questa proposta cosa aggiunge?
PROPOSITORE — Il quarto potere. Non il voto come delega in bianco data ogni cinque anni — ma il voto come giudizio, come sanzione, come contratto con scadenza. Il cittadino non è solo l’origine del potere. È il suo controllore permanente.
ELETTORE — Mi convince. Ma chi la farà approvare? I politici non hanno interesse a farlo.
PROPOSITORE — Per questo il percorso prevede il Referendum Propositivo — che bypassa il Parlamento. Sono i cittadini ad approvarla direttamente. E più persone firmano la petizione, più diventa difficile ignorarla.
ELETTORE — Dove si firma?
PROPOSITORE — Su Change.org — basta cercare “Il Voto del Giorno Dopo”. Sono già oltre 740 firme. Ogni firma di uno sconosciuto pesa il doppio — perché viene da qualcuno che non mi deve nessun favore, che ha letto e ha detto: sì, ha senso.
[ Pausa. ]
ELETTORE — Sa qual è la cosa che mi ha colpito di più in questo dialogo?
PROPOSITORE — Mi dica.
ELETTORE — Nessuno di quelli che criticano questa proposta mi ha mai detto che il sistema attuale funziona bene.
PROPOSITORE — Esatto. Nessuno lo dice. Perché non è vero. E lo sanno tutti.
ELETTORE — Allora vale la pena provarci.
PROPOSITORE — È tutto quello che chiedo.
Firma la petizione: change.org/IL_voto_del_giorno_dopo
Scarica il pamphlet completo: riformaresponsabilita.it
“Il Voto del Giorno Dopo” — Stefano Stenghel — Giugno 2026
Nessun commento:
Posta un commento